top of page

Guida alla durabilità: capire quando il dolore dice di fermarsi

  • 17 feb
  • Tempo di lettura: 8 min

Immagina questa scena.

Sei a metà seduta, il cuore va forte, le gambe bruciano, il respiro è corto. Fin qui, tutto ok: è il prezzo normale quando chiedi qualcosa in più al tuo corpo. Poi, all’improvviso, senti un altro tipo di dolore. Non è più solo fatica: è una fitta precisa, un fastidio che non c’era ieri, una sensazione che ti fa pensare “se continuo così, la sto combinando”.


Non hai bisogno di aiuto per trovare il dolore in allenamento: arriva da solo, prima o poi. Quello di cui hai davvero bisogno è capire quale dolore merita attenzione e quale fa semplicemente parte del gioco.


Nel pezzo precedente abbiamo parlato dei principali “red flags” dell’allenamento, quei segnali che ti dicono che stai andando oltre il limite sensato. In questo articolo andiamo sul più subdolo di tutti: il dolore. Quando è una risposta normale allo sforzo, che puoi attraversare senza paura, e quando invece è il tuo corpo che ti mette davanti a un cartello chiaro: “fermati ora, o lo pagherai dopo”.


Three trail runners (two women and one man) running in the mountains with running backpacks on their backs.

Quando il dolore diventa il segnale più difficile da leggere

Ogni atleta serio impara presto che non può evitare il discomfort. Le sedute toste bruciano. I carichi pesanti mordono. Le gare fanno male. Se provi a evitare tutto questo, non vai molto lontano. Ma anche l’equazione “dolore = bene, basta spingere” è altrettanto fuorviante: è così che un problemino gestibile diventa un infortunio che ti ferma per una stagione.

Il dolore non è un test di personalità: è il linguaggio che il tuo corpo usa per comunicare. Trattalo come un’informazione. Alcuni segnali sono solo il rumore normale del lavoro duro, altri ti chiedono di aggiustare qualcosa, altri ancora ti dicono chiaramente di fermarti. Più diventi fluente in questo linguaggio, più sarà facile prendere decisioni sensate sul momento.

Quello che segue è un framework semplice — e una conversazione onesta con te stessə — per imparare a leggere quei segnali di dolore, invece di ignorarli o temerli.


Quando il dolore è quello “normale” dell’allenamento

Partiamo dal tipo di dolore che fa parte dell’allenamento.

È quel fastidio che si presenta quando chiedi al corpo di fare qualcosa di impegnativo, e poi si comporta come dovrebbe, cioè si attenua:

  • Il bruciore alle gambe negli ultimi 30 secondi di un intervallo, che si attenua appena rallenti.

  • Quella sensazione di respiro profondo e gambe pesanti nelle ultime ripetizioni di una serie di forza, che sparisce dopo una breve pausa.

  • I DOMS (indolenzimento muscolare a insorgenza ritardata): un dolore sordo e diffuso ai muscoli che arriva 12–48 ore dopo una seduta nuova o più intensa, spesso su entrambi i lati, e che migliora man mano che ti muovi e nell’arco di 2–3 giorni.

Alcuni schemi tipici del “buon” dolore da allenamento:

  • È prevedibile: di solito riesci a collegarlo a una seduta dura o a uno stimolo nuovo.

  • È bilanciato: entrambi i quadricipiti, entrambi i polpacci, entrambi i glutei – non un unico punto minuscolo che urla.

  • È di breve durata: si riduce mentre ti scaldi o svanisce nel giro di pochi giorni.

  • Non cambia come ti muovi: sei un po’ rigido, ma non zoppichi, non “proteggi” una zona, non compensi.

Questo è il dolore dell’adattamento. Non è qualcosa da cui scappare. Nella maggior parte dei casi va solo gestito con un carico intelligente, buon sonno e un recupero di base ben fatto.


I segnali tipici del dolore da infortunio

Ora guardiamo l’altro lato della medaglia: il dolore che merita davvero la tua attenzione, perché è più vicino a un infortunio che a uno stimolo produttivo.

Alcuni schemi tipici:

  • Dolore acuto, puntiforme o “elettrico” in un punto preciso (un tendine, una zona dell’osso, un’area dell’articolazione).

  • Dolore che inizia all’improvviso durante una seduta, soprattutto se senti uno “snap”, una fitta o una sensazione di cedimento.

  • Dolore che peggiora andando avanti, non migliora: il riscaldamento non lo calma, più vai lungo o più forte, più aumenta.

  • Dolore che cambia il tuo modo di muoverti: zoppichi, accorci il passo, scarichi il peso da una gamba o da un braccio, eviti del tutto certi movimenti.

  • Dolore che va oltre il classico schema dei DOMS: lo senti anche nella vita di tutti i giorni, dura più di una settimana o torna ogni volta che fai una cosa specifica.

  • Gonfiore, calore o irritazione visibile attorno a un’articolazione o a un tendine.

Questo è uno dei segnali più grandi: se il tuo cervello, in allenamento, inizia a negoziare (“Magari se atterro un po’ diverso… magari se non spingo su quella gamba…”), non è il normale fastidio da lavoro duro. È il sistema che cerca di proteggere qualcosa.

Non guadagni punti di durezza ignorando questi segnali. Stai solo bruciando giorni (o settimane) di allenamento futuro.


Codice verde / giallo / rosso per il dolore

Per rendere tutto più pratico, ecco il codice a colori che uso con gli atleti: verde, giallo e rosso. È un “semaforo del dolore” che ti aiuta a decidere se ha senso continuare, interrompere o fermare una seduta.​​


Semaforo a simbolo del codice rosso-giallo-verde: stop/verifica; aggiusta/tieni sotto controllo; vai pure.
Usare un modello “a semaforo” per decidere se continuare, aggiustare o fermare una seduta.

Verde: fastidio con cui puoi allenarti (con buon senso)

Sensazioni “semaforo verde”:

  • Indolenzimento muscolare diffuso dopo l’allenamento (DOMS).

  • Sensazione generale di pesantezza dopo un blocco importante, che si attenua con un buon riscaldamento.

  • Un po’ di rigidità locale che si scioglie mentre ti muovi e non peggiora durante la seduta.

Se è verde:

  • Di solito puoi allenarti come da programma o con piccole modifiche (un po’ meno volume, più attenzione alla tecnica).

  • Lo tieni d’occhio, ma non c’è bisogno di farsi prendere dal panico né di fermare tutto.




Giallo: qualcosa non torna, è ora di modificare

Sensazioni “semaforo giallo”:

  • Dolore nuovo, monolaterale, in un punto specifico (un tendine d’Achille, un ginocchio, un lato della schiena bassa).

  • Dolore gestibile, ma che peggiora un po’ a ogni seduta simile.

  • Dolore che non si spegne del tutto tra una sessione e l’altra, anche dopo giorni più leggeri.

  • Ti accorgi che lo stai “proteggendo”: cambi come atterri, ruoti, spingi o tiri.

Se è giallo:

  • Riduci il carico su quella zona: taglia il volume o l’intensità del 20–40% per circa una settimana.

  • Cambia il tipo di stress: superfici più morbide, scarpe diverse, variante di squat diversa, meno impatti pliometrici.

  • Aggiungi lavoro mirato: forza, controllo o isometrici per quella regione, invece di limitarti ad allungarla.

  • Osserva come risponde nei 7–10 giorni successivi.

Il giallo è la zona in cui molti atleti o guariscono o si rompono, a seconda delle scelte che fanno.


Rosso: stop deciso, proteggi il futuro

Sensazioni “semaforo rosso”:

  • Dolore improvviso, acuto o “strappo” che ti fa fermare o trattenere il fiato.

  • Uno “snap”, uno scrocchio o una sensazione di instabilità.

  • Dolore che ti costringe a zoppicare o cambia in modo evidente il tuo modo di muoverti.

  • Dolore che aumenta chiaramente se provi a “correreci sopra” o a spingere comunque.

  • Dolore che non è migliorato in 7–10 giorni nonostante tu abbia davvero ridotto il carico.

Se è rosso:

  • Chiudi la seduta. Non continuare a “ritestarlo” ogni 5 minuti.

  • Evita di caricare in modo aggressivo quella zona finché non è stata valutata.

  • Rivolgiti il prima possibile a un professionista qualificato (fisioterapista, medico dello sport).

  • Non fare autodiagnosi in un tunnel di Google.​

Fermarti una volta per un episodio “rosso” può costarti una settimana. Ignorarlo può costarti una stagione.


Cinque domande da farti quando qualcosa fa male

Quando senti dolore a metà seduta, fatti velocemente questo mini check mentale:

coach performing a form assessment on an athlete at the gym
Controllando il movimento, non solo i kilometri. Uso screening della forma e della forza per scoprire i punti di stress, aggiustare il programma, e far si che l'allenamento possa continuare, invece di doversi mettere a riposo.

  1. Il dolore è comparso all’improvviso o è cresciuto nel tempo? Improvviso + acuto fa pensare a un infortunio; graduale + sordo può essere dovuto a sovraccarico o a DOMS.

  2. Migliora man mano che mi riscaldo o peggiora mentre vado avanti? Se migliora con il riscaldamento e poi resta stabile, è più probabile che sia “verde”. Se peggiora con il passare dei minuti, siamo in zona giallo/rosso.

  3. Sta cambiando il modo in cui mi muovo? Se zoppichi, proteggi una zona o eviti certi movimenti; non è più “semplice dolore normale”.

  4. Si spegne tra una seduta e l’altra o ormai è sempre presente? DOMS e indolenzimento “normale” vanno e vengono. Un dolore costante e insistente è un’altra storia.

  5. Se dovessi valutarlo da 1 a 10, dove lo piazzeresti adesso? Per la maggior parte degli atleti, un 1–3 su 10 è di solito rumore di fondo o qualcosa da monitorare, in base alle risposte alle domande precedenti. Intorno a 4/10 è dove tracciamo la linea: modifichi la seduta, la riduci o ti fermi per farlo valutare, invece di usarlo come occasione per dimostrare quanto sei “tosto”.


Non ti servono risposte perfette a tutte e cinque le domande. Ma se la maggior parte punta verso “peggiora”, “mi cambia il modo di muovermi” o “è sempre presente”, è il segnale per smettere di inseguire la durezza e iniziare a proteggere la tua disponibilità ad allenarti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.


Come la forza, il condizionamento e l’alimentazione spostano l’asticella

Qui entra in gioco la componente della durabilità. Un “telaio” più forte e meglio condizionato non elimina il dolore dallo sport, ma cambia il tipo di dolore con cui ti ritrovi a fare i conti, la maggior parte del tempo:

  • Più del “dolore buono”: fatica da sforzo, DOMS, rigidità gestibile che si risolve.

  • Meno del “dolore cattivo”: tendini irritati, stress


athlete's feet landing on jump box at the gym with coach observing nearby.
Building better landings, not just higher jumps: using strength and control work to reduce stress on joints and keep you ready to train.

La forza e il conditioning fatti con continuità:


  • Aumentano la capacità dei tessuti (tendini, muscoli e ossa) di sopportare carichi maggiori prima di “lamentarsi”.

  • Rendono il movimento più efficiente, evitando di sovraccaricare sempre lo stesso anello debole.

  • Ti danno più opzioni: puoi sostituire o modificare gli esercizi senza avere la sensazione di ripartire da zero.


Anche la nutrizione conta. Allenarti forte in condizioni di scarsa disponibilità energetica, o scivolare in uno schema da deficit calorico, aumenta la probabilità di un dolore da infortunio, soprattutto a carico di ossa e tendini. Non devi essere perfettə, ma ti servono abbastanza energia e nutrienti per sostenere il lavoro che chiedi al tuo sistema.


Detto in modo semplice: un “telaio” ben nutrito e ben allenato ti permette di spingerti nella pain cave in modo più sicuro. Un telaio stanco, sottnutrito e poco forte ti manderà segnali di dolore‑tipo‑infortunio molto prima.


Tosti o Intelligenti: capire quando è ora di fermarsi

Essere tosti non significa tirare dritto attraverso qualsiasi dolore. Significa sapere quando ha senso entrare di proposito nella pain cave – sedute chiave, gare, test – e quando riconoscere: “Questo dolore è diverso, fermarmi è la scelta più intelligente che posso fare oggi.”


Gli atleti che durano più a lungo trattano il dolore come un’informazione, non come un giudizio sul loro carattere. Fermarsi per il dolore non vuol dire fermare tutto: vuol dire mettere in pausa proprio ciò che lo sta aggravando e usare quel momento per un recupero mirato, forza, conditioning e lavoro specifico che aiutano i tessuti a guarire e rinforzano gli anelli deboli che hanno contribuito al problema.


Se ami il tuo sport, il tuo obiettivo non è “non sentire niente”, ma conoscere così bene il tuo codice del dolore da riuscire ad accumulare stagioni sane invece di rimbalzare da un flare‑up all’altro. Così non stai scambiando anni di ciò che ami per una singola seduta “tosta” in più da cui il tuo corpo ti stava chiaramente dicendo di staccare – e se non sei sicurə su come valutare, adattare o ricostruire, è esattamente il momento in cui lavorare con un coach o un professionista sanitario che capisca sia performance che rehab può aiutarti a continuare ad allenarti e a tornare più forte di prima.



Commenti


bottom of page