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From Vonn to Pellegrino: Durability Lessons from the Winter Olympics 2026

  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Three stories from Milano‑Cortina 2026 that show how Olympians decide when to go, adjust, or stop.

Crowd with flags at a snowy biathlon event, surrounded by mountains and forest. Bright colors and vibrant atmosphere. Screen in background.

Il dolore è una parte obbligata dello sport—o solo un messaggio che abbiamo imparato a ignorare finché non urla troppo forte?

Alle Olimpiadi invernali di Milano‑Cortina 2026 il dolore era ovunque, ma il modo in cui gli atleti hanno scelto di rispondere non avrebbe potuto essere più diverso. È proprio questo contrasto che rende Milano‑Cortina una lente perfetta per tutto ciò di cui abbiamo parlato a febbraio: red flag, dolore come informazione e scelte difficili che, alla fine, proteggono il tuo rapporto con lo sport.


Tre storie olimpiche, tre decisioni diverse

Parliamo spesso di “grinta” come se fosse una cosa sola: o stringi i denti o molli. Ma se guardi da vicino come gli atleti di alto livello hanno gestito dolore e malattia in queste settimane, vedi qualcosa di molto più interessante — e molto più utile per noi comuni mortali.


Restiamo su tre storie: Lindsey Vonn che gareggia con un crociato anteriore completamente rotto, Jessie Diggins che scia con delle costole ammaccate, e Federico Pellegrino che decide di non partire nella 50 km di casa.


Ognuna dà una risposta diversa alla stessa domanda: “Con il mio corpo, il mio contesto e i miei obiettivi… qual è la scelta più intelligente oggi?”


Lindsey Vonn: rischio informato, non coraggio cieco

Lindsey Vonn è arrivata a Milano‑Cortina con il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro completamente rotto, menisco danneggiato e bone bruising. Lei lo sapeva, il suo team medico lo sapeva, il mondo lo sapeva. Ha usato un tutore, ha adattato gli allenamenti e ha comunque scelto di partire nella discesa olimpica: una decisione deliberata, a occhi aperti, alla fine di una carriera lunghissima.


La storia la conosciamo: cade dopo pochi secondi di gara. La caduta nasce da un errore di linea, non da un cedimento immediato del ginocchio, ma le conseguenze sono pesantissime: frattura complessa di tibia e caviglia, sindrome compartimentale, più interventi chirurgici e il rischio reale di amputazione. Lei stessa ha raccontato tutto senza vittimismo: era un rischio che ha deciso di correre, un prezzo che ha finito per pagare.


Puoi non condividere la sua scelta e allo stesso tempo rispettare quello che è stata: non una scena da film sul “coraggio”, ma la decisione calcolata di un’atleta olimpica a fine carriera, con informazioni complete e un team di supporto di altissimo livello.


La maggior parte di noi non è Lindsey Vonn.


Non abbiamo un’équipe medica a disposizione, una finestra olimpica limitata o una discesa che chiude il capitolo finale della nostra carriera. Abbiamo figli da prendere in braccio, un lavoro il lunedì mattina, stagioni da age‑group che vogliamo arrivare a finire e un corpo che speriamo funzioni anche tra vent’anni. Usare davvero la sua storia non significa copiare la sua decisione, ma chiederci: “Nel mio contesto, con il mio supporto e i miei obiettivi, quale livello di rischio ha senso accettare?”


Jessie Diggins: lavorare con il dolore, non far finta che non esista

Nel fondo, Jessie Diggins è praticamente sinonimo di “pain cave”. Ne abbiamo già parlato così: l’atleta che sa andarci apposta e restarci più a lungo di quasi chiunque altro. Ma Milano‑Cortina ci ha regalato una sfumatura diversa della sua durezza.

cross country skate skier on snow trail

Nella skiathlon è caduta forte sulla neve pesante e ha riportato una contusione alle costole. Da lì in poi, ogni doppia spinta, ogni respiro profondo faceva male. Lei l’ha detto chiaramente: quella gara è diventata “un esercizio di tolleranza del dolore”, non un tentativo di tornare a sentire tutto normale. Eppure ha chiuso ottava nella skiathlon, si è ripresentata alla partenza nello sprint classico e ha ripetuto che lei e il suo staff stavano continuamente pesando tre cose: “quanto fa male, cos'è in gioco oggi e qual è il rischio di peggiorare la situazione?”.


È un tipo di durezza diverso dall’“ignorare e sperare”. Non fingeva che le costole stessero bene; stava aggiustando le aspettative, accettando una performance non ottimale e restando in ascolto costante del corpo e del team. La scelta non era “dolore sì o dolore no”, ma “questo livello e tipo di dolore è tollerabile e gestibile per queste gare specifiche, con questi paletti”.


Per te e per me, la lezione non è “gareggia sempre con le costole ammaccate”. È che il dolore può far parte del piano quando:


  • Sai cos’è.

  • Conosci le conseguenze probabili di caricare su quel distretto.

  • Hai un modo per monitorare e fermarti se supera una certa soglia.

  • Sei onestə sui compromessi che stai accettando.

Fare un 10K locale con un piccolo fastidio già valutato da un fisioterapista è una cosa. Fare ripetute ad alto impatto su un dolore mai controllato “perché ormai mi sono iscrittə” è un’altra storia.


Federico Pellegrino: la lacerazione del non partire

E poi c’è la decisione che quasi mai finisce nelle clip motivazionali: scegliere di non gareggiare.


Federico Pellegrino è arrivato a queste Olimpiadi con una tendinite al polso che lui e il suo staff stavano gestendo. La 50 km classica doveva essere la sua ultima grande gara, la maratona di casa. Invece, a pochi giorni dal via, viene bloccato da un’influenza: letto, febbre, nessun allenamento. Alla vigilia della 50 km scrive una lettera aperta annunciando che non partirà, definendo la scelta “straziante”.


Ski poles and a bench in snowy landscape with distant trees and mountains in background. Bright, tranquil winter setting.

Da fuori, vediamo un DNS in classifica. Ma dietro alle quinte, è un capolavoro di pensiero a lungo termine e valutazioni personali.


Pellegrino aveva tutti i motivi emotivi per forzare: pubblico di casa, ultima gara, pressione di “almeno provarci”. Ma sapeva anche cosa significasse una 50 km classica olimpica con sintomi influenzali e una tendinite in fase acuta: non solo ore di sofferenza, ma il rischio concreto di trasformare una situazione gestibile in un problema di mesi. Ha scelto l’opzione che proteggeva la sua salute e la sua vita oltre quella gara, e lo ha fatto in modo pubblico, senza nascondere quanto gli facesse male non esserci.


È facile ammirare Vonn e Diggins per ciò che hanno fatto. È più difficile — ma altrettanto importante — ammirare Pellegrino per ciò che ha deciso di non fare.


Non solo loro

Se allarghi lo sguardo oltre questi tre nomi, Milano‑Cortina è stata piena di bivi simili. Federica Brignone ha parlato di gareggiare su un infortunio che “normalmente richiederebbe più di due anni” per guarire, dicendo di non avere più un solo giorno davvero senza dolore e che, a volte, le scale o le attività quotidiane le pesano più delle discese. Atleti del freestyle e dello snowboard hanno chiuso i Giochi con fratture cervicali e commozioni, entrando in protocolli rigidi in cui “stringere i denti” non era semplicemente un’opzione sul tavolo. Alcuni biatleti tedeschi hanno saltato gare per gastroenteriti acute invece di fingere di poter “reggere” 15 km a vuoto.

Sport diversi, corpi diversi, stessa domanda di fondo: “Che cosa faccio con i segnali che il mio corpo mi sta mandando adesso?”


Non sei un olimpico. Le tue decisioni contano allo stesso modo.

Probabilmente non stai cercando una medaglia in discesa libera, una partenza olimpica o l’ultima gara di una carriera ventennale con uno staff intero alle spalle. È molto più facile che tu stia incastrando allenamenti tra turni di lavoro, cene, influenze dei bambini e inverno infinito.


Eppure, ogni settimana ti trovi davanti a versioni più piccole delle stesse domande che questi atleti hanno affrontato davanti al mondo:

  • Mi fa male qualcosa. Vado, adatto o mi fermo?

  • Mi sto ammalando. Gareggio, trasformo in “corsa tranquilla” o ritiro l’iscrizione?

  • Questo blocco per me è importante. Quali rischi accetto, e quali sono un no secco?

  • Cosa puoi portare dalle loro storie dentro la tua vita di allenamento?


Qualche punto di partenza:

  • Conosci il tuo contesto. Il ragionamento di Vonn a fine carriera non è lo stesso della tua mezza maratona a 35 anni. La “gara di casa” di Pellegrino non è la tua granfondo di zona. Età, storia di infortuni, supporto e responsabilità nella vita cambiano completamente l’equazione.

  • Sii curiosə verso il tuo dolore, non eroicə. Diggins non ha finto che le costole fossero ok; ha adattato la gestione delle gare e ha messo paletti chiari. Nella vita reale, questo può voler dire accorciare una sessione, sostituire impatti con lavoro a basso carico, o chiedere una valutazione invece di fare un’altra settimana di “vediamo se passa”.

  • Ricorda che “non partire” è comunque una scelta. Glorifichiamo la partenza e l’arrivo, ma cancellare una gara, uscire da un campo o trasformare delle ripetute in corsa facile può essere la decisione più duratura che prendi in tutto l’anno.


E adesso?

Per tutto il mese abbiamo parlato di red flag, differenza tra dolore e infortunio, e confine tra sofferenza “sana” e quella che pian piano ti ruba lo sport che ami. Le storie olimpiche ci danno volti e nomi concreti, ma restano comunque uno specchio.


Nel prossimo pezzo voglio trasformare tutto questo in qualcosa che puoi usare in qualsiasi giorno di allenamento: un semplice playbook pratico su cosa fare quando dolore, fatica o malattia compaiono nel tuo allenamento. Non alle Olimpiadi, ma sul tuo solito giro, nel tuo angolo di home gym, sul sentiero che conosci a memoria.


Perché amare il tuo sport non significa dimostrare quanto sai soffrire. Significa prendere decisioni — grandi e piccole — che ti permettono di continuare a presentarti, anno dopo anno.


 
 
 

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